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Concetti

Tempo, non ricchezza: cosa compri davvero con l'indipendenza

07 agosto 20269 min

C'è una domanda che faccio spesso a chi mi racconta di voler "mettersi a posto" con i soldi.

Per fare cosa?

Quasi nessuno ha la risposta pronta.

Mettere via, accumulare, arrivare a una certa cifra: questo lo sanno dire. È il come. Ma il per fare cosa — il motivo per cui ci si priva oggi di qualcosa per avere di più domani — resta quasi sempre nel vago.

E senza quella risposta, l'accumulo diventa un fine in sé. Una corsa senza traguardo, in cui la cifra che basterebbe è sempre un po' più in là.

Voglio provare a dare un nome a quella risposta. Perché credo che ci sia, ed è una sola.

Quello che compri davvero, quando metti i soldi nel posto giusto, non è altra ricchezza.

È tempo.

La valuta che non torna indietro

Partiamo da una verità scomoda, che di solito teniamo nascosta sotto al tappeto.

Il denaro lo puoi perdere e poi rifare. Una scelta sbagliata, un anno storto, un investimento andato male: fa male, ma si recupera. Il conto può tornare su.

Il tempo no.

Un'ora spesa non torna. Un anno passato a fare una cosa che non volevi fare è un anno che non rivedrai. Non c'è un saldo del tempo che puoi rimpinguare il mese dopo.

C'è un filosofo romano, Seneca, che duemila anni fa scrisse una cosa che mi è rimasta addosso. Diceva che non è vero che la vita è breve: è che ne sprechiamo moltissima. E aggiungeva un'osservazione tagliente — difendiamo con le unghie il nostro denaro, e lasciamo che chiunque ci porti via il nostro tempo, che vale infinitamente di più.

Aveva ragione allora. Ha ancora più ragione adesso.

Perché qui c'è il rovesciamento che cambia tutto: noi trattiamo il denaro come la cosa preziosa da accumulare, e il tempo come la cosa abbondante da spendere senza contarla.

È esattamente al contrario.

Il denaro è lo strumento. Il tempo è il bene.

Cosa compra davvero l'indipendenza

Quando parlo di libertà economica — e dico economica, non finanziaria, perché "libertà finanziaria" è diventata l'insegna sotto cui mezzo internet ti vuole vendere il sogno di diventare ricco — intendo una cosa molto terrena.

Intendo la capacità di scegliere come spendere il tuo tempo.

Non in astratto. In concreto, in queste cose qui.

Il tempo di dire no.

Un lavoro che ti svuota, un cliente che ti manca di rispetto, un impegno in cui non credi più. Chi è indipendente può dire di no — e dire di no a una cosa è dire di sì al tempo che quella cosa ti avrebbe mangiato.

Il tempo di aspettare.

Le occasioni vere arrivano quasi sempre nel momento sbagliato, e si colgono solo se non hai fretta. La fretta è una tassa che paghi a chi ha più tempo di te. Chi può aspettare compra condizioni migliori su tutto, semplicemente perché non è costretto a prendere la prima cosa che passa.

Il tempo per le persone, e per niente.

Il tempo di stare con chi conta. Il tempo per una cosa fatta bene invece che in fretta. E anche il tempo di non fare niente, senza sentirti in colpa — che è il lusso più sottovalutato che esista.

Guarda bene queste tre cose.

Nessuna è una quantità di soldi.

Tutte sono tempo restituito. Il denaro è solo il mezzo con cui te lo sei ricomprato.

L'accumulo che non compra niente

Ed ecco il punto dove tanti si perdono.

Se il fine è il tempo, e non la cifra, allora accumulare fine a sé stesso non ti avvicina di un passo a quello che volevi.

Anzi, spesso ti allontana.

Conosco persone che hanno costruito un patrimonio importante e non si sono ricomprate un solo minuto. Lavorano come prima, anzi di più, perché ora c'è di più da gestire, da proteggere, da far rendere. Hanno scambiato il tempo della loro vita per un numero che cresce su uno schermo, e quel numero non lo riconvertiranno mai indietro in tempo, perché il giorno in cui "basterà" non arriva: si sposta sempre.

Questa è la trappola dell'accumulo come fine.

Tieni in mente la distinzione che fanno gli inglesi tra to make a living e to make a life — guadagnarsi da vivere e farsi una vita. Sono due cose diverse, e si possono perdere di vista una per l'altra. C'è chi passa quarant'anni a guadagnarsi da vivere così bene da dimenticare di farsi una vita.

Il denaro, in tutto questo, non è il colpevole. È neutro.

Diventa una trappola solo quando smettiamo di chiederci per fare cosa lo stiamo mettendo da parte, e cominciamo ad accumularlo per il gusto di vederlo salire.

Il punto non è avere di più. È avere abbastanza — abbastanza margine da ricomprarti il tempo — e poi spendere quel tempo nelle cose per cui lo volevi.

Avere di più del tuo "abbastanza", senza un perché, significa aver pagato in tempo di vita un numero che non userai.

Il caso che lo rende chiaro

Facciamo un esempio, con due persone inventate ma realistiche.

Giulia ha messo da parte un buon gruzzolo. Ogni anno cresce. Per farlo crescere lavora sessanta ore a settimana, viaggia il doppio del necessario, e non ha un sabato libero da chissà quando. Se le chiedi perché, ti dice "per stare tranquilla un giorno". Quel giorno, intanto, non arriva: ogni volta che tocca un traguardo, ne sposta uno più avanti. Sta scambiando tempo — quello vero, quello di adesso — per una cifra che non ha ancora deciso a cosa servirà.

Davide ha messo da parte meno della metà. Ma a un certo punto ha guardato i suoi numeri e ha visto una cosa: aveva abbastanza margine da lavorare quattro giorni invece di cinque. Ha tagliato un quinto del reddito. E si è ricomprato cinquantadue giorni l'anno — un giorno a settimana che adesso è suo. Per i figli, per il mare, per una cosa fatta con calma.

Giulia ha più soldi. Davide ha più vita.

Tra cinque anni, Giulia avrà un numero più grande e gli stessi giorni di sempre passati a inseguirlo. Davide avrà un numero più piccolo e duecentosessanta giorni che si è già goduto, e che nessuno gli toglie più.

Chi dei due ha usato meglio lo strumento?

Non c'è una risposta giusta per tutti — magari per Giulia quel numero serve davvero a qualcosa di preciso, e allora va benissimo. La domanda giusta è un'altra: lei lo sa, perché lo sta facendo? O sta accumulando perché ha smesso di chiederselo?

La differenza tra i due non è quanto hanno.

È se hanno deciso, con consapevolezza, in che cosa convertire quello che hanno.

Perché ci vuole un numero, non una sensazione

Qui arriva la parte pratica, perché tutto questo resta filosofia da bar finché non lo appoggi su un dato.

Per decidere di ricomprarti del tempo — come ha fatto Davide — devi sapere una cosa con precisione: quanto margine hai davvero.

Non a sensazione. Con un numero.

Perché "mi sembra di stare bene" e "mi sembra di non potermelo permettere" sono entrambe sensazioni, e le sensazioni sui soldi sbagliano quasi sempre. Per eccesso o per difetto, ma sbagliano.

C'è chi si priva del tempo per paura, convinto di non avere margine, mentre il margine c'è eccome.

E c'è chi non si accorge che la vita che ha costruito si è mangiata tutto lo spazio, e che quel "lavoro un giorno in meno" oggi non se lo può ancora permettere.

In tutti e due i casi, manca la coordinata.

Manca il punto nave — un termine che in barca indica la posizione esatta dello scafo sulla carta, in un istante dato. In finanza personale è la tua ricchezza netta: tutto quello che possiedi meno tutto quello che devi. Non lo stipendio, non il saldo del conto. La tua posizione vera, qui e ora. (Ne ho parlato per esteso qui.)

Cashfulness nasce per darti quel numero, e per tenerlo aggiornato da solo mentre vivi.

Accanto, ti mostra quanto sei vicino a poterti permettere una scelta come quella di Davide: tra le coordinate che calcola c'è la copertura mesi — quanti mesi reggeresti se il reddito si fermasse, cioè quanto tempo hai già comprato senza saperlo. (Le ho raccontate qui, le coordinate.)

Non ti dice se devi lavorare un giorno in meno.

Ti dice se puoi, con un numero invece che con un'ansia.

Il resto è una scelta. E le scelte buone si fanno guardando una coordinata, non una sensazione.

Né un sogno, né un nemico

C'è una frase che mi guida da quando ho cominciato a pensare a tutto questo, e la ripeto qui perché è il cuore di tutto.

Il denaro è uno strumento per comprare tempo e libertà. Non un sogno da inseguire, né un nemico da combattere.

Chi lo insegue come un sogno non smette mai di accumulare, perché il sogno per definizione sta sempre un passo più in là, e intanto consuma il tempo che voleva ricomprarsi.

Chi lo tratta come un nemico — chi vive nel rifiuto del denaro, nella diffidenza, nel "i soldi sono sporchi" — non è più libero, perché rinuncia proprio allo strumento che gli servirebbe per ricomprarsi del tempo.

L'indipendenza sta in mezzo. In quel rapporto sereno in cui usi il denaro per quello che è — un mezzo — e tieni lo sguardo fisso sul fine, che è il tempo.

Non si tratta di avere tanto. Si tratta di avere abbastanza, di saperlo con precisione, e di ricordarti sempre per fare cosa.

Perché alla fine la domanda da cui siamo partiti resta l'unica che conta.

Metti via i soldi per fare cosa?

Se la risposta è "per averne di più", forse stai pagando in tempo di vita un numero che non userai.

Se la risposta è "per ricomprarmi del tempo, e spenderlo nelle cose che amo", allora hai capito a cosa serve davvero lo strumento.

E sapere dove sei — la tua coordinata, oggi — è il primo passo per smettere di accumulare alla cieca e cominciare a convertire, con consapevolezza, soldi in tempo.

Il resto della rotta è tua.

— Vittorio